Echi iniziatici nella psicopatologia mistica: il femminile sublimato (Siena)

05.09.2013 18:44

 

   Vorrei iniziare questa relazione riportando la riflessione di un filosofo che ha segnato uno spartiacque tra la sua epoca culturale e quella successiva.

   “Adesso ognuno di noi prenderà la sua strada: voi alle vostre case ed ai vostri affari, io a morire. E non so quale di queste due strade sia la migliore. Quanto mi è accaduto è un bene, e quanti di noi pensano che la morte sia un male sono in errore. Infatti, o la morte è un sonno senza sogni, il che è una cosa bellissima, oppure, se dobbiamo veramente prestar fede a ciò che si dice, l’anima lascerà il nostro corpo ed emigrerà verso un altro mondo. Un mondo dove non si condannano a morte le persone a causa delle loro idee. Un mondo dove tutti sono più felici di noi … ed immortali”.

   Queste erano le parole di Socrate, alla conclusione del processo che lo condannò perché, empio e corruttore delle giovani menti ateniesi, parole che ci richiamano ai concetti dell’Etica e della Giustizia, virtù che si concretizzarono in lui nella scelta di essere coerente con se stesso, e quindi autenticamente e profondamente Libero.

   Da esse emergono però anche le intuizioni dell’Immortalità dell’Anima e di quel senso dell’Eterno verso cui tende l’essere umano nella sua ricerca interiore, attraverso la Via Mistica oppure la Via Iniziatica.

   L’Eterno richiama a sua volta il sentimento del Divino, di cui il nostro mondo psicologico sperimenta la forza mediante l’avvicinamento alla dimensione degli Archetipi.

   Tutti noi sappiamo che la sfera psichica è una dimensione “sensibile”, seppur impalpabile, e che l’iniziato la deve superare e trascendere, di contro sappiamo anche che l’intimità iniziatica concerne invece la pura spiritualità; nondimeno ambedue attengono all’Uomo, nella sua unicità di pensiero, di sentimento e di spirito.

   Il mio sforzo si è orientato, pertanto, a descrivere i fenomeni mistici ricercandone le radici, e non le cause, basandomi principalmente sulle complesse dinamiche che soggiacciono allo sviluppo psicologico dell’essere umano.

   Per fare questo mi sono incamminato su un sentiero complesso, ma estremamente affascinante, seguendo le tracce indicate dalla teoria junghiana.

   Jung sviluppa una originale concezione della psicologia approfondendo concetti come gli Archetipi, l’immaginazione, l’intuizione, l’individuazione, che ci consentono di cogliere non solo la Psiche dell’essere umano, ma anche la sua Anima.

   Mi sembra un approccio adeguato per cercare di spiegare manifestazioni che le Religioni e le Scuole Iniziatiche hanno da sempre considerato come espressioni della vicinanza con l’Archetipo Divino o come modalità di rivelazione all’Uomo del Divino stesso, senza rischiare di cadere nell’estremismo mistico da una parte od in quello psicopatologico dall’altra.

   In questa luce, la dottrina junghiana costituisce un sapere che riesce ad elevare il significato dello sviluppo psicologico da una pura dimensione positivistica e materialista verso una dimensione spirituale, se non allusivamente esoterica, conferendogli anche uno scopo, un fine nobile, che ha molti punti di contatto con la Sapienza Iniziatica, laddove considera questa evoluzione come un continuo processo di rinnovamento.

   D’altra parte sono abbastanza suggestivi anche i molti punti di contatto tra psicologia, psicopatologia e misticismo, ma è difficile, come accennavo poco fa, delineare netti confini tra significati puramente psicologici ed altri che altrettanto puramente attengono alla Verità rivelata.

   Nessuno può negare che visioni o digiuni prolungati ed estremi che ritroviamo nelle figure mistiche non possano rappresentare esteriormente dei veri e propri “sintomi”, che a volte è possibile anche integrare in una cornice chiaramente sindromica.

   Analogamente, non possiamo nemmeno sospendere il giudizio sul dato di fatto che le esperienze mistiche siano più frequenti nelle donne, nelle quali statisticamente incidono maggiormente anche patologie come la conversione somatica e i disturbi dell’alimentazione.

   Sicuramente, da quando si è iniziato ad osservarli, vi saranno stati molti casi riconducibili a conclamati quadri psicopatologici, ma altrettanto sicuramente vi saranno stati tantissimi altri casi che non lo erano per nulla e nei quali le manifestazioni mistiche ben potevano inserirsi, invece, in una cornice di valori spirituali personalissimi ed estremamente pregnanti e coinvolgenti.

   Se ci rifacciamo alle osservazioni di Lewis e di William James, notiamo che nella storia delle Religioni le esperienze mistiche sono state accostate alla patologia mentale conclamata solamente in poche occasioni e possiamo pertanto affermare che sarebbe un errore di metodo oltre che concettuale “assimilare l’inaspettato con il patologico”, per usare una loro espressione.

   I fenomeni mistici su cui soffermerò la mia attenzione riguardano le Estasi, le Stigmate e l’Anoressia, manifestazioni che in psicopatologia potremmo ricondurre rispettivamente ad Allucinazioni, Disturbi psicosomatici, Disturbi dell’alimentazione.

   Le allucinazioni tipiche dello stato di Estasi sono sostenute da un profondo substrato emotivo e questa loro intensa partecipazione percettiva è alla base anche della costruzione di quadri molto complessi, come è il caso di Santa Veronica Giuliani, che, nel 1727, creava le sue Visioni partendo da una distorsione di un oggetto reale, ossia presente concretamente nell’ambiente.

   Ella “vide il Bambino Gesù di cera diventare carne …”: vide, cioè, un oggetto prendere vita e trasformarsi: potrebbe trattarsi di una verosimile Illusione affettiva, a partire dalla quale poi la Santa transita verso una vera e propria costruzione di tipo delirante-allucinatorio?

   Il dubbio, che deve accompagnare ogni riflessione, ci deve indurre a considerare questa esperienza, come tutte le esperienze mistiche, secondo la prospettiva della fede o della ragione, accettandola come vera rivelazione in un caso oppure descrivendola come un attendibile fenomeno psicopatologico nell’altro, come un prodotto psichico materializzato in personalità pervase da una passione fortissima o da una disposizione altrettanto forte verso la suggestione.

   Le esperienze mistiche manifestano a volte una ciclicità temporale che palesa in modo estremamente evidente le connessioni con il simbolismo di alcuni eventi religiosi (pensiamo per esempio al fenomeno delle Stigmate, la cui comparsa spesso coincide con il periodo della Pasqua cristiana).

   Esse si verificano, ancora, in particolari momenti della vita e solamente in personalità altrettanto peculiari.

   La struttura della personalità, e le dinamiche che ne stanno alla base, sono aspetti fondamentali per cercare di spiegarci tutti i fenomeni e tutti i comportamenti dei quali, nella nostra vita, siamo attori e spettatori.

   Il viaggio dell’Uomo è una metafora che si compie su vari livelli, uno dei quali comprende anche lo sviluppo della personalità, che naturalmente evolve verso il “processo di individuazione”, ossia verso quella dimensione che ci rende una entità unica, singolare ed irripetibile.

   Ma l’individuazione è anche qualcosa di più: è un processo di elevazione spirituale.

   Essa induce, infatti, nella persona un “ampliamento della sfera della coscienza”.

   Durante questo percorso, la persona si ritroverà a confrontarsi con molti aspetti di Sé che non conosce o che addirittura rifiuta perché riconosciuti come estranei e separati dal proprio mondo, ma che costituiscono invece elementi strutturali del proprio essere, sebbene misconosciuti perché racchiusi nel proprio inconscio: sono gli Archetipi.

   Non mi dilungo a definire il significato degli Archetipi junghiani, ma vi accennerò soltanto, per ricordare che essi, in quanto contenuti nell’Inconscio collettivo, sono il patrimonio comune dell’Umanità.

   In quanto tali essi possiedono un significato universale e si sono sempre manifestati in modo uniforme ed immutabile in tutto il corso della Storia dell’Uomo.

   Gli Archetipi racchiudono le emozioni provate dalla specie umana nel corso della sua esistenza, tutti i sentimenti suscitati nell’Uomo dall’incontro con i grandi e misteriosi eventi del mondo e della vita.

   Così, dalla nascita, dalla morte, dal sacrificio, dalla saggezza, dall’autorità, dal senso della trascendenza nascono immagini come la Grande Madre, il Vecchio Saggio, l’Eroe, l’Animale, il Demone, la cui forza evocativa si esprime attraverso dirompenti sensazioni in tutti quegli stati nei quali diminuisce il controllo della coscienza.

   Nel suo corso psicologico l’Uomo si avvicinerà a tutti gli Archetipi principali, fino ad incontrare il Sé, quell’Archetipo centrale che tutto contiene e da cui tutto origina.

   Questo Archetipo costituisce la sintesi del Conscio e dell’Inconscio, si manifesta con i Simboli della trascendenza e racchiude nel suo simbolismo la natura completa dell’Uomo, nella sua intuita unione col Divino.

   Ecco, vi sono delle particolari personalità che per disposizione naturale possiedono una spiccata propensione proprio all’intelligenza ed al pensiero intuitivo, a quel pensiero, cioè, che consente di cogliere l’essenza delle cose al di là della pura contingenza del reale, a quel pensiero che rappresenta il livello più immaginativo di entrare in contatto empatico con qualcosa che è “altro da noi”.

   E’ questa proprietà che ci permette di entrare in un’altra dimensione di esistenza, dove l’Inconscio si libera e si esprime in tutta la sua forza, determinando un piano parallelo in cui non funzionano più relazioni logiche e nessi razionali, ma che è dominato dall’Illuminazione, vale a dire da quella Chiarezza che si manifesta senza necessità di alcuna spiegazione cognitiva.

   Nell’Estasi, che possiamo accomunare ad una trance ipnotica, o ad uno stato di profonda immaginazione, il processo del pensiero subisce questa radicale modificazione ed il suo “normale” funzionamento basato sulla logica concettuale viene sostituito con un meccanismo di tipo pulsionale.

   E’ in questo modo che le idee divengono immagini, rappresentative del contenuto dell’Inconscio.

   E sono immagini, quindi, come è evidente, molto particolari, con un senso ben definito, poiché nascono dalle pulsioni, cioè da desideri, da bisogni, da tendenze molto radicate ed intensamente, inconsapevolmente, vissute nel profondo.

   E come nei soggetti nevrotici i sintomi denunciano simbolicamente i conflitti ed i complessi da cui scaturiscono, per quale ragione non dovremmo chiederci se le Visioni vissute dalle mistiche non portino alla luce elementi contenuti nella loro dimensione animica e spirituale?

   Queste pulsioni spirituali tanto fortemente sentite rappresenterebbero così una profonda propensione all’elevazione individuale, una disposizione naturale ad accogliere in sé, ed a perseguire, il bisogno di avvicinamento al mondo ultraterreno e di incontro col Divino, trascendendo la propria dimensione.

   E’ una trascendenza che origina dalla meraviglia, dalla gioia e dal rapimento talmente intensi ed appaganti che si desidera abbandonare la platonica prigione del corpo, per godere totalmente dell’estasi: “Muoio perché non muoio”, diceva Teresa d’Avila.

   L’armonia di questa estensione apre le porte ad un “sogno ad occhi aperti” in cui reale ed irreale si fondono e si assimilano, costruendo una dimensione contemplativa contrassegnata da un vissuto che è un insieme fantastico di intelletto, di intuizione e di sentimento.

   L’Io misterioso, quel nucleo che è sopito nel più profondo della nostra personalità, inizia così a rigenerarsi, e si pone in contatto con l’Archetipo Divino, di cui ha bisogno per completare quel cerchio che lo pone in relazione con l’Universo visibile e invisibile.

   Tutto questo, che parte dal naturale processo di individuazione psicologica e che si approfondisce solo in particolari personalità, si avvicina tangibilmente a quei principi iniziatici che la Via Maestra ricerca attivamente e consapevolmente e che qui, invece, si materializzano come prezioso dono divino.

   Se consideriamo l’ “itinerarium” mistico, vedremo come alcuni stadi di esso hanno molti punti di somiglianza col processo di approfondimento psicologico qui sommariamente descritto, soprattutto per quanto riguarda l’entità dell’approfondimento dello stato di coscienza e d’altronde, specialmente negli ultimi stadi, alcune delle manifestazioni esteriori di questo itinerario sono molto simili ad alcuni sintomi di natura psicopatologica.

   E certo, infatti, per un osservatore esterno i fenomeni dispercettivi propri delle Estasi sono dei veri e propri sintomi derivanti da un’alterazione della sfera senso-percettiva: allucinazioni visive, uditive, cinestesiche, illusioni …

   Da un passo della sua autobiografia, possiamo quasi osservare Santa Teresa d’Avila nella sua Transverberazione, momento poi suggestivamente ripreso dal celeberrimo gruppo statuario del Bernini.

   Vi rintracceremo molti aspetti tipici del tema mistico, dalla manifestazione psicopatologica alla pura espressione del simbolismo erotico.

   D’altra parte, il senso dell’incarnazione e le relative esperienze sensoriali che ne derivano richiamano sicuramente il forte legame tra Misticismo ed Eros, elevando il corpo a paradossale strumento di trascendenza e di fusione col Divino, come testimoniano anche i vissuti di Angela da Foligno nel Trecento, di Caterina da Fieschi nel Quattrocento o di Gemma Galgani alla fine dell’Ottocento.

   Ritornando a santa Teresa d’Avila, però, possiamo leggere questa autorappresentazione in un suo particolare momento estatico: “Un giorno mi apparve un angelo bello oltre ogni misura. Vidi nella sua mano una lunga lancia alla cui estremità sembrava esserci una punta di fuoco. Questa parve colpirmi più volte nel cuore, tanto da penetrare dentro di me. Il dolore era così reale che gemetti più volte ad alta voce, però era tanto dolce che non potevo desiderare di essere liberata. Nessuna gioia terrena può dare un simile appagamento …”.

   Siamo di fronte ad una unione mistica, ultimo stadio dell’itinerarium, ma il simbolismo erotico si manifesta chiaramente anche qui, in questa scena di genuina purezza religiosa, attraverso la lancia, la punta di fuoco, la penetrazione ed ancor più se osserviamo il gruppo scultoreo, nel quale possiamo cogliere una tensione passionale estremamente reale: il corpo è completamente abbandonato, i lineamenti del volto distesi, le labbra sono socchiuse  e gli occhi guardano verso l’infinito: è un atteggiamento di totale rapimento in uno sfinimento di energia pienamente consacrata.

   La visione dell’angelo assume la chiara connotazione di un’allucinazione visiva, così come la percezione vivida del dolore inferto dalla punta di fuoco, e probabilmente anche del piacere appagante dovuto all’azione del Divino sul proprio corpo, è un’allucinazione cinestesica.

   Spesso i diversi tipi di allucinazione coesistono ed amplificano un’altra caratteristica propria dei fenomeni estatici: l’aumento dell’intensità delle percezioni, condizione che ritroviamo sovente anche in alcuni stati tossici (da alcool o da allucinogeni, per esempio, e penso all’LSD), oppure nell’emicrania o ancora nell’aura epilettica.

   E non sono rari, d’altra parte, i casi di descrizioni di esperienze mistiche caratterizzate o precedute da violente convulsioni generalizzate.

   Un’altra dimensione psicologica profondamente interessata è quella relativa alla percezione del tempo e dei confini del proprio Io.

   Nell’Estasi il mistico percepisce il senso dell’Eterno, ed in questo calarsi nell’Eterno la coniugazione del tempo perde quel significato di continuità che consente ad ognuno di noi di storicizzare la nostra esperienza del reale.

   Questo Tempo diviene dilatato, uno scenario unico nel quale si fondono tutti insieme il passato, il presente ed il futuro, in un’atmosfera di depersonalizzazione e di irrealtà che sfuma tutti i confini ed i contorni del pensiero.

   E non è raro che in questa evanescenza sensoriale, l’intensità emotiva raggiunga livelli talmente elevati da rapire totalmente il mistico, trasponendolo in una dimensione “altra”, assolutamente coinvolgente nella stretta vicinanza con l’oggetto della visione.

   In psicopatologia un’esperienza di tal genere, ossia di estraneità e di distacco dal contingente, viene definita come de realizzazione.

   Derealizzazione e depersonalizzazione non sono altro che sintomi dell’allentamento del controllo della coscienza sul Sé.

   Il mistico prova una sensazione di comunione con l’Universo intero, di unità e di fusione con la Natura e con la Divinità, e tutto questo produce la perdita di quei ben definiti confini dell’Io che normalmente determinano il senso della nostra identità.

   Però, qui, a differenza delle Psicosi, o dello scompenso di una personalità istrionica oppure dell’iperbole euforica di uno stato maniacale, caratterizzati essi stessi da fenomeni analoghi, questa diffusione dell’Io non genera alcuna frammentazione della personalità, anzi il soggetto assorbe dalla sua esperienza linfa ed energia preziosa per l’impegno civile ed umano a sostegno degli umili e della fede di cui sono diretti testimoni.

   Nell’epoca in cui la fenomenologia mistica ha vissuto la sua massima concentrazione, le Società erano fortemente orientate verso la repressione di tutto ciò che atteneva al femminile e la condizione della donna era contraddistinta dalla sottomissione, dalla passività e dalla subordinazione.

   Non è un caso, pertanto, che in questa luce il simbolismo sessuale che ritroviamo nei vissuti estatici, così come l’anoressia ed il martirio fisico, assuma un significato abbastanza comprensibile nella misura in cui le mistiche spendono il corpo, il proprio corpo, come verosimilmente unico mezzo di rivendicazione di un ruolo e di riscatto sociale.

   L’esperienza mistica si innalza al di sopra di ogni legge e al di là di ogni controllo codificato e la ribellione simbolica della donna medievale acquisisce con essa la forma del linguaggio totalizzante del corpo, incarnando, letteralmente, il desiderio di libertà e di uguaglianza attraverso il rifiuto del cibo, la consacrazione alla verginità, il voto all’ascetismo, la reclusione in convento, per sottrarsi a volte alla volontà di un padre, come nel caso di Santa Caterina da Siena, che aveva già deciso per lei.

   Ma l’astinenza e la devozione alla verginità erano anche una forma di repressione e di frustrazione di istinti naturali, la cui soddisfazione, rifuggita nella realtà, trovava invece una compensazione sì fantasmatica, ma non tanto metaforica, attraverso le visioni e le dispercezioni cinestesiche.

   La sublimazione della pulsione libidica trova però anche altri canali di espressione.

   E’ il caso della comparsa delle Stigmate, dove la conversione somatica rappresenta un meccanismo per scaricare proprio quell’energia che, spesso, su altri versanti ed attraverso la scelta dell’ascesi e dell’astinenza, trova la sua gratificazione solamente in un mondo fantastico.

   Al di là degli arcinoti casi di San Francesco d’Assisi e di San Padre Pio, la presenza delle Stigmate è più frequente, anche qui, nelle donne.

   Esempi notissimi di Sante, di Beate o di semplici donne, le cosiddette Serve di Dio, che nel corso della loro vita sono state beneficiate di questi “segni soprannaturali” sono la stessa Santa Caterina, Suor Maria Teresa di Neumann, Maria Marta Chambon, Cloretta Robertson, Natuzza Evolo.

   Freud diceva che il sintomo è il linguaggio con cui parla la nostra mente, e nel caso delle Stigmate questo linguaggio parla di spiritualità, di compenetrazione e finanche di identificazione del soggetto con l’immagine del Divino, nel momento della sua maggiore sofferenza, aspetto che ci introduce nella dimensione del Sacrificio.

   Non a caso le stigmate ripropongono le ferite di Gesù Cristo sulla Croce: le flagellazioni della Via Crucis, i chiodi, la lancia di Longino sul costato, la corona di spine.

   Il Sacrificio di Sé, il martirio del corpo, insieme all’Anoressia, che è una forma di suicidio mascherato e dilazionato nel tempo, simbolizza il desiderio di un ritorno al livello del non-essere, alla condizione di non-nascita.

   La mistica anoressica, offrendo se stessa ed annullando la propria materia vivente, compie un atto sacro,  atto che paradossalmente esorcizza la morte stessa, quella morte fisica che non ha più un significato terrificante, ma che diviene invece una autentica testimonianza di fede nell’Immortalità, una affermazione intensamente partecipata ed agita del suo desiderio di vivere ciò che si sente come la Vera Vita.

   Il digiuno ed il martirio, la sopportazione del dolore, l’astinenza sessuale e la ricerca dell’umiltà più genuina rappresentano per le mistiche la volontà di dominare le pulsioni materiali, capacità  che sappiamo essere ricercata in qualsivoglia percorso iniziatico.

   Durante la sperimentazione della morte simbolica vi è l’incontro con l’Archetipo dell’Iniziazione, le cui rappresentazioni non sono altro che ciò che si è sempre definito “I Misteri”.

   Come la depressione, che è il dolore dell’anima, il martirio del corpo vi si affianca nel concetto alchemico di “nigredo”, e tutte le esperienze che evocano lo stato d’animo della morte rappresentano, in questa luce, i travagli dell’Anima che discende agli Inferi, alla ricerca della sua vera natura, addentrandosi in una notte la cui oscurità inghiotte il suo stesso splendore.

   Il sonno ed il sogno sono, in un certo modo simbolico, un lieve morire, e cos’è l’Estasi se non un “Sogno ad occhi aperti”, come si accennava prima?

   In conclusione, possiamo quindi accomunare tutte le esperienze fin qui sommariamente descritte, dalla gioia estrema dell’estasi al doloroso martirio del corpo fisico, nell’unico concetto psicologico di morte e di distruttività, vissuta, però, nella prospettiva del mutamento e della rinascita.

   Non è, pertanto, azzardato, per chiarificare alla fine il senso del titolo di questa relazione, rintracciare in tutte quelle manifestazioni mistiche che rasentano, se non sconfinano nello psicopatologico, gli echi del senso intimo di ogni rito iniziatico.

   La Via Mistica è una realizzazione rivelata, nella quale ci si abbandona quasi passivamente e ci si lascia avvolgere e conquistare dal Mistero Divino, mentre la Via Iniziatica è una ricerca attiva e laboriosa della realizzazione, nella quale la discesa al centro del proprio essere rappresenta il punto di partenza per l’elevazione spirituale.

   Ma tutte e due, come dicevo all’inizio, costituiscono pur sempre dei percorsi che l’essere pensante e senziente compie, guidato dalla personale aspirazione all’individuazione ed orientato verso una meta nobile, e poco importa, in fondo, se la meta verrà intravista mediante uno sforzo attivo e perenne oppure in virtù di una Grazia inattesa e divina.