Stato sognante: Antipolitica o apoteosi della partecipazione?
Credere in un mondo nuovo, regolato dalle leggi naturali della solidarietà e dell’altruismo sembra divenuto oramai una chimera riservata solamente a chi si intestardisce a voler continuare a vivere quasi in uno stato sognante. La realtà che circonda il suo mondo è dominata da leggi artificiali, create probabilmente ad arte per estremizzare la competizione e l’egoismo, dimensioni che sono, guarda caso, l’esatto opposto degli ideali cui si accennava poche righe più su. Sembra quasi che la maggiore soddisfazione di questo Grande Mostro risieda nel bearsi della confusione e del senso di incapacità che imprigionano rispettivamente le vecchie e le nuove generazioni.
Eppure, l’istanza di un mondo nuovo non è un’esigenza attuale, ma ha sempre accompagnato le speranze dei grandi pensatori o semplicemente di quegli uomini comuni animati da genuino sentimento umanistico e disillusi nelle loro attese da una società decadente.
La disillusione non è un sentimento completamente negativo, però. La consapevolezza di vivere in un contesto in cui non vengono più sufficientemente declinati i valori di base di una comunità può produrre riflessioni positive e utili. Affinchè ci si impegni per un mondo nuovo è necessario, infatti, credere di averlo perduto, immaginare che forse, in un qualche tempo oramai lontano nella memoria, esso esistesse e che in esso prevalevano i valori positivi. Pensiero che probabilmente potrebbe orientare l’uomo moderno verso la speranza che impegnandosi e agendo concretamente possa di nuovo conquistare quell’Età dell’Oro nella quale nulla vi era che non desse agli uomini la massima felicità. Certo, è una metafora questa. Ma è un mito che aiuta l’uomo a non abbandonarsi alla rassegnazione e ad agire nella speranza di un sogno.
Forse oggi il rischio maggiore che si possa correre è quello di perdere la capacità di sognare un mondo nuovo e di parteciparvi attivamente con scelte consapevoli. Tutto sembra inevitabile e nessuna cosa desta più meraviglia, così come non ci si scandalizza più di fronte ad una perenne riforma della scuola che tende sostanzialmente a mantenere livellato verso il basso il tasso di istruzione generale a vantaggio delle cosiddette eccellenze. Una riforma incominciata da decenni, con il ministro Berlinguer prima e poi con la dottoressa Gelmini, per finire col prof. Profumo, gente che occupa quella sedia che fu di Croce e di Gentile…
D’altronde, far rimanere la massa nell’ignoranza comporta una serie di vantaggi, non ultimo quello di mantenere un livello di informazione bassissimo nell’opinione pubblica e di conseguenza una scarsa propensione alla partecipazione. In quest’ambito, il Movimento grillino ha, a mio avviso, un grande merito. Confesso di non conoscerne il programma politico, ma posso tentare di riflettere sulla sua nascita e sul suo sviluppo.
La caduta del muro di Berlino ha offerto un argomento formidabile a coloro che dell’economia di mercato volevano fare il vangelo dei nuovi tempi, assumendo come dogma il concetto che la caduta di quel muro significava la caduta del valore delle ideologie. Da allora sono spariti i partiti politici tradizionali e le tradizionali ideologie. Col tempo la rassegnazione si è impadronita del popolo, che ha cessato di essere “popolo” per diventare solamente una massa informe di individui che accettava supinamente le decisioni e gli orientamenti che provenivano dall’alto. La rassegnazione era un sintomo dell’inesorabile allontanamento del popolo dal palazzo, da un padre che aveva cessato di essere padre per divenire ad un tratto patrigno, del distacco avvertito verso una classe dirigente non più rappresentativa, ossessionata dal tarlo del “ragionierismo” e della contabilità e poco o nulla interessata ai bisogni del popolo. Rassegnazione vuol dire resa e chi si arrende non partecipa più, né spera, né sogna.
La rassegnazione e il distacco si sono incarnati quindi nell’astensionismo politico. L’astensionismo sempre più largo rappresentava il discredito di cui oramai godeva questa classe politica, la quale, se avesse avuto coscienza civile, avrebbe dovuto da tempo sottoporsi ad una attenta riflessione sulle cause di questa disaffezione sempre più dilagante. Corruzione e clientelismo, origine di tutti i mali, hanno però continuato a imperversare nel panorama politico e amministrativo italiano. Nulla è cambiato e tutto continua a navigare, o a naufragare, come se nulla succedesse. I partiti politici che vincono le elezioni continuano a governare, scegliendo i loro yes-men nelle varie liste (oramai tutte, non a caso, portatrici nel simbolo del cognome del capetto di riferimento), ignari che la maggioranza di cui possono fregiarsi oramai è soltanto la maggioranza di una sparuta minoranza.
E allora, in questa cornice, a mio avviso il movimento a cinque stelle ha segnato una svolta sociale originale, nella misura in cui è riuscita a coagulare il dissenso in una lista elettorale, sdoganando quella messe di voti che altrimenti sarebbe andata a finire tra gli astenuti, le bianche e le nulle e tenute in nessun conto dai cosiddetti vincitori delle elezioni.
Il merito di questo movimento risiede in questo: essere divenuto un contenitore nel quale alcune persone che vogliono fare politica per spirito di servizio e per offrire alla collettività la propria esperienza e dedizione, possono inserirsi, contando su quel dissenso diffuso che, grazie a loro e alle loro liste, si è finalmente organizzato. E’ l’apoteosi della partecipazione, altro che antipolitica.