Calcio d'angolo
Il modello liberalcapitalistico accordava ai singoli una discreta quota di libertà, concedendogli al contempo anche quell’autonomia di pensiero e di comportamento che ritrovava nella sola responsabilità personale la principale ragione d’essere: chi era capace e intraprendente poteva permettersi di aspirare a qualsiasi cosa ed elevarsi al di sopra degli altri sia economicamente che socialmente.
Il disfacimento del capitalismo reale e il disorientamento del liberalismo, insieme alla diffusione della globalizzazione e della virtualità hanno scosso gli uomini dal loro stato sognante, nel quale si percepivano protetti e in una certa misura anche al sicuro in quanto inseriti in un contesto sociale definito e ben individuato.
L’idea che tutto fosse possibile e alla portata di chiunque, in una democrazia partecipata, messaggio che passava ovunque fino a qualche tempo fa, è stata completamente demolita e ci si è svegliati, invece, all’interno di un mondo globalizzato e dominato da una democrazia virtuale.
Ci si è accorti che le cose avvengono nostro malgrado, sulla nostra testa, senza che si possa fare granchè per incidere su di esse, e che l’immediatezza della comunicazione e la virtualità della new economy moderne hanno fatto in modo che nulla di ciò che avviene in qualsiasi parte del mondo non si ripercuota sul resto del nostro pianeta, nostro malgrado, per cui non tutto dipende più dalle capacità personali.
In definitiva virtualità e globalizzazione hanno creato una realtà che sfugge al potere dei singoli, un sistema che avanza e che si evolve quasi autonomamente.
Esse hanno scompaginato il mondo conosciuto, hanno scombussolato lo spazio ed hanno sovvertito i riferimenti temporali.
Le emergenze economiche e occupazionali e il rimaneggiamento dei mercati globali e della geografia demografica mondiale hanno infuso nei governi l’idea che occorra inventare nuove forme di amministrazione, con l’abbandono dei vecchi modelli che si sarebbero dimostrati completamente fallibili e inadeguati alle necessità e alle istanze di una società nuova.
Ecco che viene ridiscusso il cosiddetto posto fisso, il ruolo dei partiti politici tradizionali, il valore della Nazione, per citare alcuni.
Quello che emerge è l’assoluta certezza nel perseguire questa nuova via, come se lo stato delle cose imponga necessariamente che si debba andare verso l’invenzione di nuovi modelli.
Le regole della virtualità e della globalizzazione, concetti spesso abusati, condizionano la nostra realtà e creano un mondo caotico, frenetico, anomico, nel quale è possibile tutto e il contrario di tutto e dove qualsiasi opinione acquisisce il crisma della credibilità e dell’ammissibilità, poiché o non vi è alcuna possibilità di contraddittorio, oppure è il contraddittorio routinario e abusato che diviene a sua volta superficiale, ininfluente, improduttivo.
Non vi è più spazio per il dubbio critico.
In questo contesto ogni verità è plausibile e da qui l’importanza della comunicazione sociale, comunicazione che dovrebbe, o avrebbe dovuto, rischiarare le menti e sollecitare l’opinione pubblica alla riflessione critica.
Invece essa non è divenuta altro, ultimamente, che uno strumento con cui consolidare un potere lobbistico e con il quale fornire una immagine fuorviante della realtà e del mondo.
Il messaggio che viene trasmesso è quello dell’inevitabilità e dell’urgenza estremizzata di modificazioni sociali.
L’idea che tutto debba cambiare e che debba cambiare nel più breve tempo possibile sembra una strada obbligata, ma modificare dall’oggi al domani le abitudini esistenziali delle persone, il loro modo di pensare e di essere, il loro stile di vita, non è possibile senza pagare un prezzo elevatissimo sull’equilibrio psicologico di ognuno e sull’armonia sociale.
Tutto nel mondo cambia e si modifica, per legge naturale, ma la natura ha i suoi tempi.
Allo stesso modo i mutamenti, pur necessari, in ambito sociale devono seguire tempi adeguati e non venire imposti per decreto.