"E' un mondo complesso..."

05.09.2013 19:13

 

Mi pare abbastanza originale sentire un termine differente da quello che da di diverso tempo siamo oramai abituati ad ascoltare dai mass media e nelle discussioni tra amici: ristrutturazione anziché crisi del capitalismo.

A mio avviso si tratta tuttavia di una ristrutturazione che si è andata determinando nel tempo suo malgrado,

senza probabilmente nessuna strategia chiara e consapevole alla sua base,

una ristrutturazione che, seguendo la traccia della globalizzazione,

ha prodotto una realtà particolare e completamente nuova,

le cui regole sfuggono ormai a qualsiasi analisi razionale.

La virtualità oggigiorno non solo regge la visione della realtà esistente,

ma a volte la plasma anche, creando un mondo caotico, frenetico, anomico,

nel quale è possibile tutto e il contrario di tutto e dove qualsiasi opinione e qualsivoglia visione acquisisce il crisma della credibilità e dell’ammissibilità,

poiché o non vi è alcuna possibilità di contraddittorio, oppure è il contraddittorio routinario e abusato che diviene a sua volta superficiale, ininfluente, improduttivo.

In questo contesto ogni verità è plausibile e da qui l’importanza della comunicazione sociale,

comunicazione che dovrebbe, o avrebbe dovuto, rischiarare le menti

e indirizzare le coscienze verso valori e ideali positivi e universali,

verso la solidarietà, la pace, la tolleranza, l’accettazione del diverso, la concordia.

Invece essa non è divenuta altro, ultimamente, che uno strumento

con cui consolidare un potere lobbistico

e con la quale fornire una immagine fuorviante della realtà e del mondo.

Come emerge chiaramente dalla lettura del libro di Pino Rotta,

è proprio in questo che risiede l’enorme responsabilità dei politici,

e soprattutto dei giornalisti, degli intellettuali, degli uomini di cultura in senso lato, come veniva anche sottolineato in un altro saggio dello stesso scrittore: “E’ un mondo complesso”.

Una di queste visioni fuorvianti

(non mi soffermo minimamente sugli aspetti politici ed economici, trattati con maggiore competenza da altri, qui)

coinvolge strettamente la dimensione psicologica della società,

e pertanto dei singoli componenti, cioè noi.

E qui ritorna il concetto di globalizzazione e di virtualità.

Mi spiego.

L’idea che tutto fosse possibile e alla portata di chiunque,

in una democrazia partecipata,

messaggio che passava ovunque fino a qualche tempo fa,

è stata completamente demolita e ci si è svegliati, invece,

all’interno di un mondo globalizzato e dominato da una democrazia virtuale.

Ci si è accorti che le cose avvengono nostro malgrado, sulla nostra testa,

senza che si possa fare granchè per incidere su di esse,

e che la virtualità della comunicazione e dell’economia moderne ha fatto in modo che nulla di ciò che avviene in qualsiasi parte del mondo

non si ripercuota sul resto del nostro pianeta, nostro malgrado.

In definitiva la virtualità e la globalizzazione hanno creato una realtà che sfugge

al potere dei singoli, un sistema che avanza e che si evolve quasi autonomamente.

Se in questa cornice inseriamo poi ciò che ci proviene dai mezzi di comunicazione di massa e dagli opinion leader degli ultimi tempi

(mi viene in mente una ennesima esternazione di un onorevole quando ha presentato il nuovo segretario del suo partito, descrivendolo con queste parole:

“Il nostro segretario se li mangia tutti i segretari degli altri partiti”…

utilizzando una metafora cannibalica che sottende una visione del mondo manifestamente aggressiva),

allora salta agli occhi chiaramente la schizofrenia dei messaggi che vengono proposti

e la conseguente frustrazione che caratterizza la maggior parte di noi.

Una presa di consapevolezza di tal genere non può che sfociare col tempo in due direzioni tra loro opposte.

Da un lato la rassegnazione, il pessimismo

e tutti quei sentimenti caratteristici di uno stato depressivo generale,

al quale la società si oppone in fondo solo con sparuti movimenti di obiezione,

e dall’altro l’incremento dell’aggressività, che determina il fiorire, o il rifiorire,

di movimenti nazionalistici, xenofobi, razzisti, in una parola prevaricatori e violenti.

Ora io ti chiederei una opinione proprio su questi diversi aspetti della

affermazione del potere,

ovvero su questa formazione reattiva,

attraverso la quale si tenderebbe a esorcizzare forse una paura diffusa

mediante ideali falsi e aberranti

e attraverso comportamenti di violenza e di sopraffazione sul debole designato.