Il sogno e la speranza
L’attitudine a discorrere di qualsiasi argomento in ogni luogo ed in ogni situazione indica senza dubbio una diffusione della partecipazione alla vita sociale e dell’interesse verso la politica, l’economia, la filosofia, la psicologia, la medicina, lo sport, la religione, l’educazione…
Saper discutere, nel senso di argomentare su qualsiasi tema, non è tuttavia sinonimo di “sapere” e di conoscenza.
Non si richiede la conoscenza approfondita delle tematiche di cui si discute, generalmente, ma un minimo di umiltà e di senso della propria “finitezza” probabilmente ridurrebbe il rischio a cui il “chiacchiericcio” indiscriminato ci espone, che è quello essenzialmente di banalizzare temi che invece meriterebbero di ben più approfondito e ponderato discernimento.
Molte tendenze, attraverso la superficializzazione che deriva dal tam tam continuo da parte di opinionisti improvvisati e di anchor man saccenti e tuttologi divengono così strade obbligate, “movimenti sociali” incontenibili ed immodificabili, e non ci si accorge che siamo noi stessi, con queste convinzioni pregiudizievoli, che involontariamente ma inevitabilmente costruiamo un sentire comune che ci sfugge dalle mani, che vorremmo controllare ed influenzare per il meglio e che invece contribuiamo ad indirizzare verso un’ineluttabilità depersonalizzante e disimpegnata.
Poiché il flusso della società segue una corrente che è indipendente dal nostro personale volere, il singolo si sente, e si rende, deresponsabilizzato e rassegnato e si ritrova a seguire acriticamente questa corrente, rimanendovi tuttavia travolto dalla sua incessante impetuosità.
E’ ciò che succede, per esempio, con il luogo comune della società attuale connotata come “postideologica”.
Tutti quanti siamo rassegnati a questo termine, come se fosse un fenomeno storico completamente ed assolutamente indipendente dalla volontà della gente, e non una dimensione costruita artificialmente dalla cultura dominante.
Il popolo, oramai, non conta più.
Il pericolo insito in questo termine è terribile, a ben pensarci, poiché esso indica la fine delle ideologie e l’ideologia è il più importante elemento di appartenenza e di definizione di un popolo.
Se non vi sono ideologie non vi saranno più “opinioni pubbliche”, cioè quelle forze indefinite ma estremamente potenti, che hanno sempre rappresentato una insostituibile forma di controllo sul potere costituito.
Se l’illusione degli ideali non esiste più, si incorre ancora in un altro pericolo, ben più visibile e tangibile del precedente, poiché tocca la concretezza dell’esistenza quotidiana.
E’ il declino della speranza, la fine della possibilità di sognare e di credere in qualcosa non solo di nobile, ma anche di pratico, di utile per la progettazione di un futuro.
La disillusione genera insicurezza ed ognuno, pur di rassicurarsi, diviene “credulone”, sostenitore di imbonitori che promettono quel poco che serve a costruire illusioni di immediate gratificazioni, fugaci e basate su un “benessere materiale ed apparente”.
Quando non vi sono più ideali, quindi, è la materialità che fornisce gli scopi da perseguire, quando le mete non divengono addirittura virtuali, negando quella filosofia umanistica e romantica che invece ha da sempre costituito la sostanza e la ricchezza della storia umana.
L’omologazione mediocre e disimpegnata alla quale la società attuale sembra rassegnata frustra ogni desiderio di sognare e la speranza in un futuro prossimo gratificante si scontra con una storia che penalizza il merito, la competenza, la preparazione, la cultura e l’impegno serio, posato, continuo e responsabile.
I modelli consumistici di un benessere fugace, di profitti facili e dell’apparenza mediatica, di una rappresentanza clientelare spartitoria che induce a scalate sociali semplici ed immediate, si uniscono ai modelli di una gestione della Cultura e del Potere da parte dell’improvvisazione e dell’arroganza narcisistica.
Questo produce appiattimento e distacco, ed il distacco compromette qualsiasi capacità di cambiamento.
L’ideale attuale potrebbe essere una classe dirigente che investa sulle risorse del presente per preparare il futuro, fornendo alla gente “materiale di speranza”.