Logica e Psicoterapia
La conoscenza dei principi che regolano il ragionamento logico è un aspetto che può risultare molto efficace nella comprensione di alcune dinamiche che sottendono la costruzione di alcuni disturbi psichici.
Tuttavia, essa rappresenta anche un valido strumento per correggere certe idee disfunzionali che alimentano clinicamente il disagio psicologico ed emozionale, al fine di curare, attraverso una specifica ed idonea psicoterapia.
Molti errori cognitivi rappresentano infatti una parte importante di molte problematiche psicologiche.
Certo, la logica è una scienza “formale”, nel senso che focalizza il suo ambito di competenza sugli aspetti costruttivi, grammaticali e sintattici, di determinate proposizioni; ma alla fine si giunge sempre, ugualmente, ad attribuire anche un significato (semantica) al discorso, e la correttezza del senso del ragionamento deriva dalla consequenzialità logica.
In psicologia enfatizzare gli aspetti formali di un pensiero, mi rendo conto, potrebbe apparire a prima vista una superficializzazione ed una semplificazione estremamente azzardata, poiché è opinione comune credere, invece, che ciò che determina un problema psicologico è senza dubbio la natura del contenuto di ciò che si pensa. In tal modo attribuiamo all’emozione connessa a tale pensiero, però, la qualità di primum movens, di causa motivante del disagio stesso.
A volte non è così. A volte, invece, l’emozione deriva, quasi linearmente ed inevitabilmente, dall’idea che parassita in quel momento la psiche dell’individuo, determinando a sua volta uno stato d’animo spiacevole ed una condotta, spesso, consequenzialmente, disfunzionale e maladattiva.
Certo, il voler generalizzare questo concetto produce senza dubbio un’altra idea “errata”, che è quella secondo la quale potremmo essere autorizzati a pensare che, pertanto, se la forma di un pensiero è logicamente corretta, anche il senso a cui si perviene in base ad esso è corretto. In ultima analisi, estremizzando, potremmo essere indotti a credere che se il ragionamento di un paziente è formalmente corretto, privo di errori logici, tutto il suo “sentire” sia razionalmente motivato, e quindi inevitabile. Egli pertanto dovrà necessariamente soffrire, oppure, se correggiamo le sue affermazioni erronee, egli dovrà per forza stare bene.
Tale elaborazione metalogica possiede in sé, come vediamo, il rischio di errori di approccio, per semplificazione, nel momento in cui non teniamo presente che l’uomo è un organismo unico e che la sua psiche funziona in maniera globale, in una costante interconnessione ed in un continuo interscambio tra la sfera emozionale e quella razionale. Emozione e ragione agiscono sempre insieme e si influenzano reciprocamente in quell’ambiente vivo e fervente che è il nostro cervello.
Il disagio psicologico, così come il comportamento umano “sano”, è il risultato di queste interdipendenze complesse, complicate spesso, sempre aggrovigliate.
Fatte queste premesse, perché quindi la logica può essere di aiuto per la psicoterapia?
Spesso i pensieri “cattivi” che alimentano stati d’animo di sofferenza derivano, come detto, da errori cognitivi, dove per cognizione intendiamo il processo di conoscenza e di valutazione di ciò che ci accade. In base a questi errori cognitivi, la persona che soffre “costruisce” la propria sofferenza a partire dall’elaborazione di eventi reali o immaginari, poco importa, che non vengono giudicati in modo realistico ed oggettivo, ma che invece vengono arricchiti di qualità arbitrarie.
Un tale errore deriva frequentemente da esagerazioni, amplificazioni, ipergeneralizzazioni, assolutizzazioni, dicotomizzazioni, doverizzazioni, o dal conferimento di significati parziali e discutibili ad accadimenti (comportamentali o verbali) che avvengono nel proprio campo di esperienza.
Un ragionamento che utilizza forme logiche “universali” (giudizi universali, secondo la logica aristotelica) produce generalizzazioni ed assolutizzazioni (“tutti mi rifiutano…tutti mi evitano…tutti mi biasimano…nessuno mi prende in considerazione…nessuno mi vuole bene…; alcune cose vanno male, quindi tutto andrà sempre male; poiché lui si è comportato così, allora si comporterà sempre così; poiché ho fallito nel compito, allora fallirò sempre in tutto”). E’ evidente che pensieri come questi non lasciano nessuna speranza in coloro che li esperiscono.
Questo tipo di ragionamento presuppone un pensiero assolutistico, il quale è per definizione avulso da qualsiasi possibile condizionamento, esistente e reale di per sé, al di là delle prove, indipendente, un vero e proprio atto di fede.
Altri modi “scorretti” di funzionamento razionale sono rappresentati dalle proposizioni “tautologiche”, asserzioni che ammettono tutto ed il contrario di tutto, e quindi che risultano apparentemente correttissime e sempre vere, anche se non ci comunicano nulla di utile (“sono certo che lei mi lascerà alla prima occasione, oppure non avrà mai il coraggio di farlo”…”…che mi vuole bene, oppure fa solo finta”). Nessuna evidenza sarà in grado di confutare o di scardinare un ragionamento tanto logicamente lineare. Ma, in effetti, possiede in sé un senso funzionale? Cosa comunica? Quale stato d’animo esprime? Quali convincimenti? Queste sono invece le domande che occorre porsi.
Un altro tipo di ragionamento rigido che induce convinzioni “irrazionali” è quello “circolare”. In questo caso la spiegazione di una opinione viene offerta dai fatti che invece essa dovrebbe spiegare (“io mi sento triste perché sento di non essere adeguato…”). In tal caso si tratta di una semplice definizione di uno stato di fatto, che invece, nella mente di chi lo pensa, assume il valore di un concetto esplicativo.
Si tratta, come abbiamo visto, di convinzioni assolute, infalsificabili in quanto logicamente corrette, pertanto estremamente rigide ed immodificabili, che attraverso un sottile e costante processo di ruminazione inconscia, producono delle idee in base alle quali ci si rappresenterà la realtà e l’ambiente esperienziale, non solo, ma, cosa più importante, ci si creerà anche un’immagine di sé svalutata, negativa e vulnerabile.
Qual è il compito della psicoterapia in questi casi?
Sicuramente è quello di focalizzare insieme al paziente l’idea disfunzionale dalla quale discende a cascata tutta una serie di altre idee, che infine giungono sempre, o quasi, ad autoconvinzioni irrazionali di autosvalutazione o di autobiasimo assolute (“non valgo niente”, “nessuno mi ama”).
Ciò poiché spesso si possono trarre conclusioni corrette da premesse errate, o conclusioni errate da premesse corrette. Invalidare la catena associativa di queste conclusioni consequenziali, significa interrompere il flusso “catastrofico” del pensiero irrazionale (formalmente e solo formalmente razionale) e di giungere, attraverso una riformulazione critica delle argomentazioni, alla modificazione tanto delle convinzioni negative quanto delle emozioni che da tali pensieri discendono.