Pedofilia
“Avete la malattia dell’amor proprio, Malvolio, e potete gustare i sapori per quanto ve lo permette un appetito guasto” (Shakespeare, La dodicesima notte).
Non nascondo che il tema della pedofilia riesca a suscitare come pochi altri sensazioni di disgusto e giudizi morali severamente intransigenti, per cui cercherò di svilupparlo sinteticamente sforzandomi di spiegarne essenzialmente le dinamiche mentali che lo sottendono, generalmente, prescindendo da quelle pratiche perverse messe in atto forse sporadicamente per superare momenti di noia esistenziale, ma che tuttavia celano pur sempre un’alterazione della personalità dell’adulto che agisce, e di astenermi, per quanto concessomi dal personale ed umano senso morale, da eventuali giudizi di valore.
La Pedofilia è una perversione psicosessuale caratterizzata dalla focalizzazione dell’interesse sessuale verso i bambini, ed insieme all’Esibizionismo ed al Voyeurismo rappresenta la problematica parafilica più comunemente diffusa.
Gli impulsi e le tendenze perverse possono cominciare a manifestarsi precocemente durante l’adolescenza e continuare per tutta la vita, scemando generalmente con l’avanzare dell’età e con un andamento spesso ricorrente, in cui si alternano periodi nei quali la frequenza e l’intensità delle fantasie, e degli agiti, variano considerevolmente.
Il termine “perversione” usato comunemente è stato da tempo sostituito in ambito psichiatrico dalla definizione di “parafilia”, seguendo una tendenza scientifica che ha voluto sfrondare di significati morali e culturali alcuni comportamenti, ricercati per ottenere il piacere sessuale, che si discostano da quelli che il sentimento comune definisce “normali”.
Parafilia vuole indicare essenzialmente un’attrazione verso condotte sessuali alterata rispetto alla norma.
E’ pertanto fondamentale riferirsi sempre, parlando in termini psicologici, ad un corpo di norme la cui definizione, tuttavia, risulta spesso difficoltosa, specialmente in ambito sessuale, se teniamo presente il fatto che un comportamento può essere considerato deviante in una certa cultura o in una certa religione ed accettabile, invece, in altri contesti.
La dimensione psicologica ritiene infatti che la perversione in se stessa riguardi aspetti del piacere che spesso fanno parte dei cosiddetti preliminari (voyeurismo, esibizionismo, frotteurismo – toccamenti e strofinamenti -, alcune forme di feticismo per esempio)e che in genere vengono poi integrati nella sessualità completa, per cui la tendenza alla perversione non è un evento raro e particolare, ma fa parte della normalità delle fantasie più o meno comuni e presenti in ogni persona adulta e sessualmente matura.
Diviene invece anormale e patologica allorchè quel tipo di comportamento “abnorme” diventa esclusivo, o quasi, nella ricerca della soddisfazione sessuale ed arreca un disagio o un danno a se stessi o agli altri, vittime non consenzienti.
Il pedofilo, tuttavia, raramente prova un significativo disagio personale per i suoi atteggiamenti, spesso motivando, se non giustificando, la sua condotta attraverso delle razionalizzazioni volte a sostenerne il valore educativo per il bambino, percezione distorta che gli proviene da vissuti personali estremamente traumatici e di rifiuto esperiti durante la propria infanzia.
Il discorso sulla Pedofilia, secondo me, però, si discosta necessariamente da queste considerazioni asetticamente scientifiche, nella misura in cui l’atto pedofilo coinvolge come vittima una personalità in via di formazione, indifesa, che si affida totalmente al senso di sicurezza e di protezione che dovrebbe provenirgli per natura dal mondo degli adulti, e nel gratificare i suoi desideri sessuali, il pedofilo può irrimediabilmente danneggiare dei bambini innocenti.
La razionalizzazione è un meccanismo di difesa psicologica, messa in atto in maniera inconsapevole ed ha la funzione di proteggere la personalità dalla presa di coscienza di emozioni, impulsi od istinti che la propria coscienza non accetterebbe, causando una notevole sofferenza.
Il pedofilo generalmente soffre di una qualche forma di narcisismo patologico ed ha una personalità fragile che egli stesso, inconsciamente, non stima e che stride col suo senso di grandiosità frustrato.
Egli, quindi, tende ad identificarsi con la giovane vittima, che spesso viene anche idealizzata, nel tentativo di ristrutturare una immagine di sé profondamente ferita e disturbata.
Il pedofilo ama, cioè, nella vittima quella parte di sé che percepisce non aver mai ricevuto le cure desiderate durante la propria infanzia.
E’ un meccanismo di dissociazione, in fondo, che proietta nella giovane vittima il proprio sé al quale si illude, perversamente, di elargire quell’amore di cui è stato personalmente privato, attraverso una dinamica compulsiva e fondamentalmente delirante.
Nella storia esistenziale dei pedofili è frequentissimo riscontrare esperienze di abusi sessuali subiti, di maltrattamenti, di gravi problematiche familiari, di promiscuità sessuale, esperienze che, in definitiva, non hanno consentito un armonico ed equilibrato sviluppo della personalità, né una matura differenziazione sessuale e di genere.
Ed in effetti, è facile riscontrare che non è rara in essi l’attrazione indifferenziata verso bambine o bambini, o verso entrambi, sottolineando così il grave disturbo dell’identità sessuale da cui è affetto il pedofilo.
La profonda autodisistima e la fragilità caratteriale inducono, ancora, il pedofilo a ricercare luoghi ed ambienti ristretti e controllabili dove attuare i suoi desideri, vittime facili ed affidabili che difficilmente possono provocare situazioni impreviste o imprevedibili ed ingestibili, atteggiamento sostenuto da una personalità in cui ai già accennati elementi narcisistici, dissociativi ed immaturi, si associano spesso anche aspetti di tipo paranoide e difensivo.