Una società psicotica

04.09.2013 14:22

 

E’ difficile immaginare di vivere nella realtà quando questa viene descritta in modi diversi e a volte diametralmente opposti.

Sembra quasi di materializzare un mondo psicotico, costruito su coordinate virtuali, arbitrarie, discutibili, un vissuto onirico nel quale non esistono altre verità se non quelle prodotte da una mente dissociata, nella quale tutte le verità sono plausibili e nessuna assurge ad un rango più elevato rispetto alle altre.

Non vi è una univocità di vedute, ma ogni visione acquista ammissibilità e diviene credibile, allontanando sempre più dalla realtà concreta.

Qui tutto è possibile, perché edificato su convincimenti personali e di classe e scevri da ogni possibile contraddittorio.

Qui si ritrova il positivo e il negativo, il “qui” e l’”altrove”, il prima e il dopo indissolubilmente embricati e indipendenti da ogni regola temporale o spaziale.

Il mondo schizofrenico è proprio questo, un luogo dominato dalle leggi dell’inconscio, illogiche e acritiche, una realtà, in fin dei conti, virtuale, come si diceva prima, costruito su idee parzialmente o totalmente avulse dalla realtà concreta.

In esso si percepisce l’ormai trita e ritrita distanza tra il Palazzo e la gente.

La crisi che il Mondo sta attualmente attraversando investe l’economia, la finanza, l’ambiente e l’energia, insieme al sistema lavorativo, sociale e politico.

Ma i messaggi che ci provengono dal government, a ben guardare, rasentano la schizofrenia, nella loro dissociazione, nella loro ambivalenza, nella loro infantile immaturità.

Da ogni parte si concorda su questa “crisi mondiale”, che per definizione quindi investe anche il nostro Paese, ma chi deve governarci si dimentica del ruolo che gli abbiamo concesso (di governo, appunto, e di amministrazione) e si attribuisce invece quello di psicoeducatore, come se noi, poveri bambini in evoluzione, avessimo bisogno delle loro rassicurazioni o delle loro minacce per “crescere bene”.

Ed ecco che ora si descrivono fantasmi cupi e burroni dai cui abissi sarebbe difficile risalire, se ci cascassimo dentro, ora si tende a minimizzare, a mascherare e a diffondere messaggi rassicuranti attraverso sorrisi benevoli e ottimistici.

Certo, il lavoro è lavoro, quale che sia, ognuno con la sua dignità, uguale per ogni attività, e durante un temporale, ogni anfratto può rappresentare un rifugio, per cui potrebbero anche venire accolte le esortazioni dei vari Brunetta o Tremonti, ferme restando le critiche rispetto all’insidia dell’immobilità sociale che discorsi di questo genere nascondono dietro l’ipotetica transitorietà di scelte contingenti.

In questa visione estremamente cinica di non “governare secondo il buon senso di un padre di famiglia” esiste comunque un fattore estremamente frustrante di cui, appunto, un governante dovrebbe tener conto se vuole agire secondo ciò che dovrebbe essere il ruolo di “educatore” e di buon amministratore: la soddisfazione sul lavoro la si ottiene se vi sono dei validi fattori motivanti (Herzberg), e questi derivano tanto dal contenuto del lavoro stesso quanto dalle aspettative del lavoratore e dalla possibilità di miglioramento della sua condizione. Se ciò non si realizza ne va di mezzo tanto la dimensione esistenziale individuale, tanto l’efficacia e l’efficienza economica dello Stato in generale.

Disattendere ai segnali che da ogni parte emergono per affermare questo bisogno vuol dire essere carenti in una dimensione psicologica essenziale per ogni persona pubblica: la cognizione sociale, ossia quella capacità di percepire le intenzioni, le esigenze, le aspettative e le disposizioni degli altri, specialmente quando questi “altri” sono coloro di cui ci si dovrebbe prendere cura.

Nella nostra Nazione le ultime stime della Banca d’Italia sottolineano che la stragrande maggioranza di coloro che si affacciano sul mercato del lavoro ha la possibilità di aspirare soltanto a un lavoro precario, ad un lavoro spesso malpagato, con salari di ingresso fermi a più di dieci anni fa e al di sotto dei livelli degli anni Ottanta, chiaramente insufficienti per garantire una certa autonomia ed autosufficienza economica.

Ma questo rappresenta soltanto un indice statistico, un esito arido di uno studio numerico asettico, oppure comporta drammi sociali ed esistenziali impossibili da calcolare o da misurare sulla base di qualsivoglia metro socioeconomico?

La mancanza di una occupazione lavorativa stabile, o quantomeno rassicurante, implica la perdita di sogni, di speranze e di prospettive, l’incapacità di progettare una famiglia, di programmare un ambiente personale gratificante, frustra l’aspettativa di migliorare le condizioni di partenza e di poter competere per superare le ineguaglianze sociali.

Forse ogni tanto varrebbe la pena porsi qualche domanda su questi aspetti, anziché soffermarsi su puri calcoli ragionieristici.